Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato sabato un ultimatum netto di 48 ore all’Iran, promettendo di “annientare” le centrali elettriche del Paese a meno che Teheran non riapra lo Stretto di Hormuz, un punto di passaggio cruciale per un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
La minaccia segna una drammatica escalation in un conflitto ormai entrato nella sua quarta settimana, che secondo gli analisti sta rapidamente sfuggendo al controllo di Washington, nonostante le ripetute dichiarazioni di vittoria militare da parte di Trump.
“Se l’Iran non APRE COMPLETAMENTE, SENZA MINACCE, lo Stretto di Hormuz entro 48 ORE da questo preciso momento, gli Stati Uniti d’America colpiranno e annienteranno le loro varie CENTRALI ELETTRICHE, INIZIANDO DALLA PIÙ GRANDE!” ha scritto Trump sui social media. Il messaggio è arrivato appena 24 ore dopo aver parlato di una possibile “riduzione” del conflitto iniziato il 28 febbraio con attacchi statunitensi e israeliani contro obiettivi iraniani.
Tra le principali infrastrutture energetiche iraniane figurano la centrale di Damavand vicino a Teheran (2.868 megawatt), quella di Kerman (1.910 MW) e la centrale di Ramin nel Khuzestan (1.890 MW). Colpirle significherebbe far precipitare milioni di iraniani nel buio e paralizzare le infrastrutture civili – un passo che lo stesso Trump aveva definito come ultima risorsa all’inizio del mese, osservando che la rete elettrica potrebbe essere smantellata “in un’ora”, ma richiederebbe 25 anni per essere ricostruita.
L’ultimatum riflette la crescente frustrazione per la quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Il traffico marittimo è crollato, facendo impennare i prezzi europei del gas fino al 35% la scorsa settimana e minacciando uno shock energetico globale. L’Iran ha reagito dopo un attacco israeliano al suo gigantesco giacimento di gas di South Pars colpendo il complesso GNL di Ras Laffan in Qatar, che tratta circa un quinto dell’offerta mondiale e richiederà anni per essere riparato.
La risposta di Teheran si è fatta sempre più audace. Per la prima volta dall’inizio della guerra, l’Iran ha lanciato missili balistici a lungo raggio – con una gittata di 4.000 km – contro la base anglo-americana di Diego Garcia nell’Oceano Indiano. Il capo militare israeliano Eyal Zamir ha avvertito che gli stessi missili potrebbero colpire capitali europee come Berlino, Parigi e Roma. Poche ore dopo, missili iraniani hanno colpito le città israeliane meridionali di Dimona e Arad, ferendo decine di civili, tra cui bambini. Gli attacchi sono avvenuti vicino al reattore nucleare israeliano e a importanti basi aeree. Israele ha risposto con nuovi attacchi su Teheran.
Il comando militare iraniano Khatam al-Anbiya ha avvertito che qualsiasi attacco statunitense alle infrastrutture energetiche del Paese provocherebbe ritorsioni contro impianti energetici, informatici e di desalinizzazione americani in tutta la regione.
Dall’inizio delle ostilità sono morte oltre 2.000 persone. Solo in Israele, 15 sono rimaste uccise negli attacchi iraniani. Le forze statunitensi e israeliane rivendicano importanti successi: l’eliminazione di numerosi leader iraniani di alto livello, l’affondamento della marina iraniana e la distruzione della maggior parte del suo arsenale di missili balistici. Tuttavia, Teheran ha compensato queste perdite con droni armati e i missili rimasti, mentre i suoi alleati continuano a disturbare le rotte marittime e i Paesi del Golfo.
I segnali contraddittori di Trump hanno messo in difficoltà gli alleati. Venerdì ha dichiarato la battaglia “vinta militarmente”, eppure migliaia di altri marines statunitensi e mezzi da sbarco pesanti stanno affluendo verso il Medio Oriente. Ha accusato i Paesi della NATO di “codardia” per essersi rifiutati di contribuire alla riapertura dello stretto; la maggior parte degli alleati resta riluttante a unirsi a un conflitto avviato da Washington senza consultazione preventiva.
Secondo gli analisti, il presidente ha sottovalutato la volontà dell’Iran di combattere quella che considera una guerra esistenziale e non ha pianificato adeguatamente gli scenari alternativi. “Trump si è costruito una gabbia chiamata guerra con l’Iran e non riesce a capire come uscirne”, ha dichiarato Aaron David Miller, ex negoziatore per il Medio Oriente. L’ex ambasciatore statunitense John Bass ha aggiunto che l’amministrazione “non ha valutato a fondo le possibili evoluzioni negative di un conflitto con l’Iran”.
Le ricadute economiche stanno diventando un problema politico interno. L’aumento dei prezzi dei carburanti alimenta l’inflazione e colpisce automobilisti e imprese americane in un momento in cui i repubblicani difendono esigue maggioranze al Congresso in vista delle elezioni di medio termine di novembre. Il sostegno pubblico a un maggiore coinvolgimento è in calo; i sondaggi mostrano che molti americani ritengono che Trump finirà per inviare truppe di terra in Iran e si oppongono fermamente a questa ipotesi.
Mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promesso di “continuare a colpire i nostri nemici su tutti i fronti”, il conflitto non mostra segni di conclusione. L’ultima minaccia di Trump amplia la lista degli obiettivi dai siti militari alla rete elettrica che sostiene la vita quotidiana iraniana – una scommessa che rischia di alimentare ulteriore caos regionale e costi più elevati sul piano interno.
Resta da vedere se la scadenza di 48 ore porterà a una svolta o a una nuova ondata di attacchi devastanti. Per ora, la guerra che doveva essere breve appare chiaramente fuori dal controllo di qualsiasi singolo leader.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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